Albania storie di giustizia

Il codice deontologico forense è una cacata pazzesca

La figura di avvocato delineata dal codice deontologico forense è quella di un professionista che saluta tutti, sorride sempre, non calpesta mai le aiuole, dice sempre la verità – magari dando anche ragione alla controparte – e possibilmente non tocca mai soldi.

Insomma, è un fesso che vive d’aria e sostanzialmente non sa fare l’avvocato.

Quella descritta del predetto codice è, infatti, una figura romantica  e ottocentesca che non può ( e non deve ) esistere nella realtà, dove l’avvocato – soprattutto in Italia – ha perso  prestigio rispetto ad epoche passate,  ma che non può ( e non deve) esistere nemmeno nei tribunali, in cui bisogna  quotidianamente sgomitare e digrignare il più possibile i denti per farsi  rispettare dai cancellieri, dai colleghi e anche dai magistrati.

Invece per il codice deontologico potenzialmente qualsiasi condotta è sanzionabile; con ciò consentendo una ampia discrezionalità  sulla rilevanza della suddetta condotta da parte degli organi giudicanti competenti.

Cosicché, se siete il prof. avv. Lup mann Gran Farabut figlio di putt.,  state certi che non vi succederà mai nulla. Se invece siete un povero avvocaticchio di provincia che bada solo agli affari suoi e non fa politica, iniziatevi a fare il segno della Croce.

Chi esercita questa professione sa bene  quanto sia complicato curare i  rapporti  anche con i propri clienti, soggetti con cui spesso si finisce per iniziare un’altra controversia  per ottenere il giusto  compenso e  capaci di inventarsele tutte pur di non estinguere la propria obbligazione.

E ciò magari a fronte delle esose richieste della Cassa forense, ente al quale è obbligatorio essere iscitti e che – tra l’altro – beneficia della prescrizione decennale dei crediti.

Non parliamo poi del famoso “decoro della professione”.

Mi spieghi chi ha lavorato al codice che decoro c’è nel dover prendere i bigliettini per fare le file nelle cancellerie, nel cercare e posare i fascicoli arrampicandosi sugli scaffali di qualche ufficio pubblico, nonché nel doversi occupare di cause rinviate di anno in anno per la pigrizia ( e non già solo per il carico di lavoro) del magistrato assegnatario.

Né è meno esilarante l’esaltazione dell’indipendenza dell’avvocato, una figura che ormai appartiene sempre di meno alle professioni liberali e sempre di più a quella di uno schiavo privo di diritti sindacali ostaggio  dei titolari di studio.

A rendermi particolarmente adirato sono tuttavia   le regole create ad hoc per fottere “i giovani”, i quali  non sono hanno dovuto superare un numero di esami universitari superiore rispetto ai colleghi più anziani, non solo hanno dovuto affrontare due anni di praticantato, non solo hanno dovuto affrontare un corso per accedere all’esame e non solo hanno dovuto superare un esame di stato ridicolo basato sul quoziente fortuna, ma soprattutto devono assumersi una serie di oneri fortemente discriminanti.

E, invero, leggendo le norme che che regolano l’esercizio della professione forense, emerge che solo ai giovani è richiesto: 1) di assolvere il c.d. “obbligo di formazione continuo”; 2)  di seguire  corsi biennali per diventare “specialisti della materia” e per massimo due materie; 3) di iscriversi ad un corso a Roma con test d’ingresso ed esame finale per diventare Cassazionisti. 

Da censurare sono, infine, anche le regole dettate sull’incompatibilità rispetto ad altre attività, regole antistoriche e che non tengono affatto conto dell’evoluzione della società, lasciando l’avvocato in un limbo che non ha più ragione d’essere.

Faccio un esempio: che fastidio dà un avvocato che apre un negozietto che vende souvenirs e assume un dipendente?

Ecco, ancora una volta la sensazione è quella che si tratti di una concezione dell’avvocatura volta, da una parte, a tutelare i grandissimi studi che hanno un giro di affari tale da non doversi preoccupare di avere altri introiti, dall’altra  a cancellare dall’albo chi non ce la fa e vorrebbe crearsi un’alternativa.

Eppure, detto tra noi, per me le regole deontologiche cui  dovrebbe ispirarsi un avvocato sono solo due.

La prima consiste nel cercare di essere il più preparati possibile a prescindere dai corsi, dai seminari e dalle altre menate che fanno perdere solo tempo.

La seconda è riassumibile nel concetto di onestà.

Annunci

3 commenti

  1. Conosco non benissimo il mondo forense, ma conosco molto bene alcuni avvocati.
    Il mio, innanzitutto.
    E poi mio nipote (sono lo zio… non il nonno!) che è giovane avvocato in carriera, molto bravo.
    E’ una professione fatta di sacrifici, ma dove bisogna sgomitare e lavorare molto per emergere. Qui a Padova, infatti, c’è un esubero di Avvocati anche a causa del fascino dell’Ateneo Universitario che attira laureandi da tutta Italia.
    Un modi complicato, che però sa anche offrire soddisfazioni.

    Mi piace

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...