Se fossi un prete alla messa di Natale

  • Se fossi un prete e dovessi celebrare la messa di Natale, mi sentirei come un giocatore alla finale mondiale di calcio. Sarei caricato a pallettoni e vorrei dare il meglio di me davanti al pubblico delle grandi occasioni per renderlo un più appassionato tifoso della mia squadra.

Lo scrivo perché mi è appena capitato di assistere alla messa di Natale tenuta dal vescovo  Soricione e l’unica riflessione che mi vien da fare è: Orà, vatti a fare un altro quartino! La messa è consistita in una ora e mezza di canti, in una liturgia molto essenziale ed una predica di due parole, peraltro lette, che nella loro freddezza non hanno lasciato assolutamente nulla se non il sollievo  per aver assolto formalmente al comandamento sull’obbligo di Santificare le feste. Ecco, se esistesse un tripadvisor per recensire le messe, scriverei: “senza infamia e senza lode, sinceramente non tornerei da Soricione”.

La ricerca di Gesù, la fame di fede dovrebbe invece consistere in qualcosa di più dell’adempimento di un obbligo formale e dovrebbe così essere una pretesa di conoscenza nei confronti di chi ha la responsabilità di trasmettere un pensiero ai fedeli.

Sinceramente, se fossi prete, alla messa di Natale avrei un miliardo di cose da dire:

ad esempio che Gesù, figlio di Dio, ha deciso di scendere sulla terra per offrirci l’unica opportunità che abbiamo di salvarci e l’ha fatto non da essere onnipotente, ma da uomo per spiegarci materialmente come si fa.

Soggiungerei però che Gesù mica l’ha fatto a tempo perso ponendosi in mezzo tra una pachamama e una condanna del proselitismo alla Bergoglione.

No, Gesù è stato chiarissimo: “solo io sono la verità”, ha detto. E non c’è altro Dio! Dunque, se si vuole stare con Gesù, bisogna essere disposti ad abbandonare tutto con una gerarchia di priorità che vede Dio sempre al primo posto. Conseguentemente non si può essere cristiani tiepidi, ma sentinelle che si battono nel quotidiano contro il relativismo dei valori oggi minacciati da ideologie totalitarie molto pericolose.

Essere cristiani non significa mai essere settari, ma incidere nel mondo occupando spazi e ponendo al centro la tutela della persona dal concepimento fino alla morte.

Gli spunti d’attualità, del resto, non mancano. Citerei ad esempio la pantomima orchestrata dai radicali con il caso Dj Fabo, una persona perfettamente in grado di interagire e non un malato terminale che ha deciso scientemente di prestarsi ad una azione politica dai contorni molto foschi per il concorso di diversi poteri dello stato. DJ Fabo si è cioè fatto uccidere di proposito chiedendo il supporto dei radicali nella persona di Marco Cappato. Dopodiché lo stesso  Marco Cappato, sapendo il fatto suo, si è autodenunciato per il reato di istigazione al suicidio attivando un procedimento penale a suo carico e – anziché difendersi quale imputato –  ha tenuto ad ogni udienza un comizio davanti ai giornalisti.

Si aggiunga poi che una PM stravagante , caso più unico che raro, ammiccava e sorrideva all’imputato per poi sollevare strumentalmente la questione di illegittimità costituzionale e consentire di adire  la Corte Costituzionale che, in principio, si è rifiutata di decidere rinviando al parlamento con un provvedimento del tutto anomalo e poi si è pronunciata contra jus legittimando di fatto una forma di eutanasia.

Il capolavoro, infine, è stato definito dal collegio giudicante nel processo a carico di Cappato che – sempre tra i sorrisi della PM che tifava esplicitamente per l’imputato – ha statuito addirittura che “il fatto non sussiste”.

E quindi, se il fatto non sussiste, sto dj fabo è vivo e ci eravamo sbagliati?

Ecco, magari non parlerei del caso specifico, ma una riflessione sul valore della vita – che non è un bene disponibile – lo farei partendo proprio dal bambino nato in una grotta per donarci una vita eterna e cui i re magi, per mera fede, decisero di riconoscere ogni tributo. La religione però, almeno per quanto mi riguarda, non può mai essere scissa dalla ragione. Deve cioè fondarsi su dati storici, ma anche empirici. Il senso del mondo è tutto incentrato sulla nascita, sulla vita e su ciò che noi facciamo concretamente nel corso della vita medesima.

C’è Dio in un’alba, in un tramonto, in un orizzonte o in un’onda del mare?

C’è Dio in una emozione, in una poesia, in una azione, in un incontro?

La nostra vita è sempre facile o ha degli ostacoli ?  La Grotta, Erode, la fuga in Egitto, la liberazione di Barabba, il formalismo e la malafede dei farisei, Ponzio Pilato sono tutti ostacoli che non hanno distolto dal fine.

Una riflessione la meriterebbero anche quelle ideologie nefaste che vogliono distruggere l’istituto della famiglia creando artificialmente modelli alternativi in cui i soldi valgono più delle persone e hanno permesso di creare una nuova forma di schiavitù lecita. Chiederei: come è possibile che i media ci abbiano imposto un pensiero che, fino a poco tempo fa, la nostra logica e il nostro senso comune delle cose ci faceva rigettare?

Insomma, mi piacerebbe davvero tanto avere l’opportunità di affrontare con una platea questi temi. Li esporrei con passione, con trasporto e con sincerità perché avrei scelto di fare il prete per davvero.

Non per farmi un quartino.

 

 

2 commenti

  1. E’ un peccato che per alcuni sacerdoti, la predicazione sia diventata un “lavoro”, ed un mezzo di propagandare la vera parola di Dio.
    Si può essere più o meno portati per parlare dal pulpito – per carità – ma anche con poche parole si può destare una platea più portata allo sbadiglio che al reale ascolto della Parola.
    Trovo inutile che i “preti” riempino la predica con parole scontate come “bisogna essere buoni” e “l’importanza di pregare”, quando si potrebbe – come dici giustamente tu – far fare alla propria religione interiore un passo in avanti, affrontando tematiche di attualità, o pensieri spirituali più teologici e meno scontati.

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