Il regalo di un attimo

I cronisti presenti raccontano che una volta un prete, durante la messa, sbagliò una citazione in latino e mamma, non riuscendo a trattenersi, con lo stesso atteggiamento dello studente che suggerisce al compagno di classe di nascosto dal professore, provò a riportare la frase esatta tra l’ilarità dei cronisti medesimi (id est: me medesimo che ricorre ad un inverosimile plurale).

Mamma aveva il vizio di correggere la gente.

Non lo faceva per spocchia o per presunzione, ma semplicemente perché proprio non riusciva a non farlo.

In altre occasioni non realizzava immediatamente in quale contesto si trovasse: una volta disse “sembra che mi stiate dando il pizzo” ad un tipo loschissimo che, pur nascondendosi dietro una risata di cortesia, dava tutta l’impressione di essere molto esperto in materia.

Per punizione veniva da me vessata ogni volta che sgarrava. Come quando andavamo fuori regione prima dell’avvento di google maps e – abbassando il finestrino dell’autovettura per chiedere un’informazione – scopriva di avere un marcato accento napoletano che fino a due minuti prima nessuno conosceva.

Il suo “ssssssssscusi” – diciamocela tutta – ha fatto la storia e le è stato rinfacciato per anni per obbligarla a pronunciare improbabili traduzioni maccheroniche come: “the water is not enough and the duck cannot swim”, ovverosia: l’acqua è poca e la papera non galleggia.

E poi c’era il suo attesissimo quanto fastidioso “è prontooooooo” ai piedi delle scale della casa di Maiori che aveva il senso del gong in un match di boxe. Insomma, mamma ne ha di cose da farsi perdonare. Ed è forse per questo che non riesco a essere davvero triste a sapere che ha già scoperto le cose di lassù, perché che sia in Paradiso lo so con assoluta certezza.

Nei giorni in cui stava per entrare in uno stato semicomatoso, avevo deciso di scriverle una lettera. Non era la lettera più bella del mondo e tantomeno una lettera triste.

Era una lettera sensata, cioè che cercava di dare un senso alle cose e al rapporto che lega il vissuto rispetto a ciò che deve ancora compiersi.

Quando però ho deciso di leggergliela, ero sicuro che fosse troppo tardi, visto che mamma non si muoveva e non era più cosciente da giorni. Pensavo, per questo motivo, di aver perso l’occasione. Invece, appena ho iniziato a leggerla, mamma si è improvvisamente illuminata per un’ultima volta, si è rivolta verso di me per ascoltarmi, mi ha messo la mano sulla testa e mi ha anche sorriso.

È stato il suo ultimo regalo.

O, molto più probabilmente, la sua ultima correzione.

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