americalatina Racconti

La rivolta dei minatori di Potosì in Bolivia

Quel  bastardo  dell’Indio,  lo stesso che ha regalato una “falce e martello e tre libri sulla coca al Papa, non sa più cosa inventarsi per stare a galla e ottenere il quarto mandato.

Ora si è fissato che la Bolivia deve avere il suo affaccio sul mare e sta facendo pressione sul Cile per avere in regalo un pezzo di costa lungo 10 km.  Evidentemente, dopo avere trasformato la regione del Chapare  in una narco-repubblica in cui la produzione di coca è regolamentata per legge, gli serve un porto tranquillo per far arrivare la merce dove dice lui.

Ma i cileni, che invece hanno beneficiano dell’opera dei Chicago boys e hanno praticamente azzerato il tasso di disoccupazione, di certo non si faranno impietosire dal dittatore in chompa ( il tipico maglione di alpaca boliviano).  Non dimenticano che Morales nel 2008 ha espulso completamente gli agenti della Dea dalla Bolivia e che oggi, se  la coca arriva in Europa, precisamente in Galizia, è anche grazie ai containers imbarcati di nascosto nel porto di Valparaiso.

In Bolivia, ormai, non esiste più la legge dello stato, ma ciascuna comunità indigena applica i propri “usi giuridici locali”. Ciò significa anche che, se hai i soldi per comprarti giudici e polizia, allora puoi dormire sogni tranquilli, altrimenti  rischi il linciaggio ( e non è un eufemismo).

cholitas

La regione di Potosi non fa eccezione, solo che qui consumare foglie di coca serve per resistere alla stanchezza. Siamo ad oltre 4.000 metri di altitudine e qui, da quando sono arrivati gli spagnoli e hanno  scoperto che il Cerro Rico ( la montagna ricca) è pieno di argento, si vive essenzialmente grazie alle miniere e all’estrazione del prezioso metallo. L’architettura coloniale degli edifici più antichi ne tradisce la storia, mentre il respiro affannoso che si avverte mentre si percorrono lentamente le strade in salita rende evidente che l’aria è davvero rarefatta.

E’ una città tranquilla Potosì. Le  donne indossano quasi tutte las cholitas, i tipici abiti locali, e vendono merce sedute a terra ai bordi della strada. Gli uomini, invece, lavorano nelle miniere  (tuttora in condizioni di sicurezza molto precarie).  I loro sguardi scrutano, studiano, ascoltano. Cercano di capire con curiosità chi hanno di fronte.

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E’ una città tranquilla Potosi, ma di cui  el Indio farebbe volentieri a meno. Più volte i suoi abitanti, da quando c’è lui al governo, hanno bloccato le vie di accesso alla città e occupato l’aeroporto. Sono arrivati a bloccare del tutto ogni strada per più di venti giorni e hanno addirittura assaltato il ministero dell’interno a La Paz.

Chiedono infrastrutture, fabbriche, ospedali.

Insomma di non essere abbandonati dallo stato.

Già, lo stato.

Cos’èlo stato nei paesi andini?

Bolivia e Perù sono paesi indipendenti da ormai due secoli, eppure non ravviso forti differenze  culturali tra le popolazioni.  Anzi  persino le persone che vivono sul lato peruviano del Titicaca sentono come propria capitale La Paz e non la lontana Lima.

Stato però, soprattutto nei paesi andini, significa corruzione, privilegi, oppressione. L’economia è ancora basata su un sistema praticamente feudale e una buona fetta della popolazione è lasciata morire di fame e i paesi non hanno le fognature. Molti, per non sentire le fame e quando non hanno nemmeno le bucce di patata a disposizione, sono costretti a masticare la coca.

Eh sì, la coca.

Quella coca  con cui el indio fa identificare il paese nel mondo.

Eppure a Potosì – e non solo a Potosì – hanno capito che serve ben altro.

 

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