Ricordi

Io volevo fare il giocatore di basket.

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Pesava come un macigno quella palla a spicchi che, una domenica come tante, mio padre mi fece passare da un giocatore del campetto all’aperto di A..

Provai più volte a lanciarla e ad indirizzarla verso il canestro, ma per me pesava talmente tanto che non riuscì nemmeno a sfiorare la retina. Ho amato da sempre il suono sibilato che fa la palla quando entra nel canestro, così – quando quell’anno mia madre mi iscrisse al minibasket – ero davvero entusiasta.

Ad accettare le iscrizioni allora c’era il professore, meglio noto come ‘o ciuccio, un personaggio straordinario perennemente arrabbiato che, a furia di sgridarmi perché – da mancino – andavo sempre nella direzione opposta rispetto agli altri, mi insegnò la differenza tra destra e sinistra.

Fu allora  – e lo ricordo come se fosse oggi – che misi piede per la prima volta nella palestra, la mia palestra.

Per anni i giorni più belli della settimana sono stati quelli in cui c’era l’attesa per l’allenamento.

All’inizio era quando bim bum bam in tivvù doveva ancora concludersi, poi – man mano – sempre ad orari più serali a testimonianza che stavo crescendo e potevo tirar fino a tardi.

Amavo l’odore della palestra di Minori, era l’odore della grinta e della fatica di atleti che erano disposti  a distruggersi pur di realizzare un solo canestro.

Il basket era la mia grande passione, la mia più grande passione in assoluto, tanto che era diventato un’ossessione e persino quando dovevo fare un disegno per educazione artistica io realizzavo un pallone della spalding.

Il nostro quintetto base era formato da Ivano detto o’ sciopp, quel buffoncello di Gianluca, Antonio Zeta, nonché in qualità di lunghi da Raffaele e da me.

C’erano anche Pierluigi detto il disumano per via delle sue incredibili qualità atletiche, Davide “megalo”, Luca con il suo bel tiro dalla media distanza e i calzettoni perennemente lunghi, nonché Gino detto la scrofa.

Erano gli anni dell’ Ital-basket vice-campione e poi campione d’Europa, ma anche  di Bologna  “basket city” per via delle sfide leggendarie – LEGGENDARIE! – tra Virtus e Fortitudo con, da una parte,  Sasha Danilovic (detto lo zar) e, dall’altra, con Carlton Myers.

Li ricordo ancora a memoria i quintetti di quelle straordinarie formazioni con “picchio” Abbio e Gregor Fucka che nei miei ricordi emergono su tutti.

Il giorno prima di partire per una trasferta, per motivi scaramantici, mi andavo a tagliare i capelli e, da bravo atleta, andavo a dormire prestissimo.

La domenica mattina poi, quando dovevamo partire, siccome io abitavo in un altro paese rispetto a quello da cui partiva il furgoncino della squadra, ero costretto ad aspettare in un luogo concordato, per minuti interminabili,  l’arrivo dello stesso.

Allora non esistevano i cellulari e, siccome il passaggio del furgoncino non era mai puntuale, quando passava più di mezzora, l’ansia e l’incertezza iniziavano ad essere davvero insostenibili.  Tanto è vero che,  più di una volta, mi allontanavo dal luogo concordato,  mi perdevo   il passaggio del furgoncino e costringevo mia mamma ad accompagnarmi alla trasferta in macchina.

Altre volte ero io ad essere mandato dalla squadra in avanscoperta per  cercare  la casa di Antonio Zeta, che abitava praticamente in campagna e non si era presentato all’appuntamento perché non si era svegliato.

Non ho praticamente un foto di quel periodo, perché allora non se ne facevano tante e i miei non me ne hanno mai scattate al campetto.

Eppure  tutto è scolpito nella mia mente.

Non esistevano neanche i navigatori allora e ricordo Vito, il nostro allenatore, che impazziva a chiedere informazioni per capire come accidenti si arrivava a Sarno o a Olevano sul Tusciano.

Già Olevano sul Tusciano!

Esiste veramente un paese che si chiama Olevano sul Tusciano!

A che accidente serve un paese che si chiama Olevano sul Tusciano?

Non aveva manco un campo di dimensioni regolamentari!

A Sarno, invece, c’era  addirittura il parquet  – perché la squadra dei grandi allora giocava nelle serie superiori, addirittura in A2 se non ricordo male – e, nel corso del riscaldamento, ricevetti il mio primo e unico tentativo di corruzione.

Un ragazzo, dagli spalti, infatti mi promise diecimila lire se avessi giocato volutamente male.

A Pagani fui protagonista di una rimonta memorabile conclusasi con la vittoria di un punto al primo supplementare, mentre allo stadio Vestuti di Salerno realizzai metà dei canestri della squadra.

Quando dovevamo andare a Sala Consilina, invece, il viaggio non  finiva mai. La trasferta più odiata, tuttavia, era quella a Pastena di Salerno, perché lì la squadra avversaria giocava in maniera molto fallosa e c’era il serio rischio di fare delle risse con il pubblico.  Né erano mai serene le partite ad Angri, Scafati e Cetara, dove come minimo si ricevevano gli “sputi” del colorito pubblico.

Scrivo delle trasferte perché era in trasferta che davo il meglio di me.

In casa, invece, soprattutto quando il pubblico intonava dei cori  per me, mi emozionano troppo e sbagliavo quasi tutti i tiri.

A dodici anni – anno per me difficile perché mio nonno stava male e mia madre era quasi sempre da lui – il basket è stato tutto per me.

Poi l’anno successivo cambiò allenatore e, siccome era lo zio del mio concorrente nel ruolo, finì relegato in panchina benché avessi sicuramente più talento.

Questa cosa per me era inaccettabile e alla fine della stagione, quando fui messo in panchina anche durante un allenamento, mi innervosì talmente che,  in modo plateale, decisi di abbandonare il campo e di non presentarmi più.

Non immaginavo che l’anno successivo Minori non sarebbe  riuscita a formare una squadra della mia età e che la mia aspirazione a diventare un giocatore di livello sarebbe svanita per sempre.

Per un periodo provai anche a  cambiare società trasferendomi a V, ma – siccome il campo era lontano, non avevo mezzi propri per raggiungerlo e perdere una giornata intera al liceo classico non era consentito per via dei compiti – l’esperienza durò pochi mesi.

Ora quell’allenatore che fu causa della fine prematura della mia carriera nel mondo del basket si atteggia a scrittore ( la presunzione gli è rimasta!) e scrive  su un blog  i ricordi legati alla sua esperienza da giocatore.

In un post ultimamente ha scritto le sensazioni che provò quando  non voleva abbandonare il campo perché, per via dell’età sopraggiunta, era arrivato il giorno del suo ultimo allenamento.

Aveva l’età che io compirò la prossima estate, ma a me –  per via del suo atteggiamento nepotistico –  quell’ultimo allenamento è stato negato  e, benché siano passati tanti anni,   ogni volta che lo incontro per la strada riaffiora in me l’acredine che provai quando venni sostituito durante quell’allenamento.

Intendiamoci, ho giocato altri anni a basket.

Durante l’università ho ripreso ad Agerola e, subito dopo la laurea, sono tornato anche a M. per un anno, ma non è stata più la stessa cosa.

Quell’adrenalina e quel senso di appartenenza che avevo iniziato a sentire nello stesso momento in cui mio padre mi aveva fatto passare una palla a spicchi da un bambino sconosciuto mi era già stato  rubato per sempre.

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2 commenti

  1. Bellissimo racconto di storia vissuta, io invece sono sempre stato monotematico dedicandomi al calcio. Ma ero uno che calciava le persone più che il pallone.

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