Una notte a Victoria Station

Le feste di Pasqua sono ormai passate e i turisti non sono molti in fondo. Soho è animata e sorprendente come sempre, ma appena fuori da piccadilly circus e leicester square non c’è quasi più nessuno in giro.

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Appena inizia a piovigginare, le lancette dell’orologio del Big Ben mi ricordano che è l’una di notte in punto e tra un po’ dovrò andare a prendere il treno alla stazione Vittoria. Fa freddo e vorrei andarmi a riparare, ma l’ingresso nella stazione è – almeno per il momento – inibita ai passeggeri.
Pare che ogni sera la chiudano e permettano di accedervi solo pochi minuti prima dell’arrivo del treno.
Forse lo fanno perché di notte ci lavorano, più probabilmente per impedire ai barboni di dormirci.
A me tutto ciò appare del tutto inumano e fa rabbia, ma per gli inglesi – invece -la cosa è talmente normale che si mettono in fila senza far trasparire alcuna insofferenza.
Si gela e piove ormai a dirotto, ma per due biondine semisvestite e scalze l’unico desiderio sembra essere quello di riuscire a trovare un pacchetto di patatine per smaltire la sbornia.
Alle nostre spalle, invece, ci sono degli ucraini che passano la notte all’addiaccio per manifestare contro Putin.
Quando stanno per scoccare le due di notte, mostro le lancette del mio orologio ad uno degli addetti al cancello – che per me è la copia spiaccicata dell’attore Chris Tucker – e, in tal modo, guadagno l’accesso alla stazione.
Il treno è in ritardo e il tabellone non indica nemmeno il binario in cui si fermerà.
Non ci sono più di una ventina di passeggeri e le due biondine, non sapendo come passare il tempo, mi chiedono pure se possono farsi una foto con me.
Si vede che dovrò sembrare molto esotico ai loro occhi alcolici.
Finalmente il treno arriva e la stanchezza inizia subito a farsi sentire.
Infatti, dopo pochi minuti, la voce robotica dello speaker mi dà il colpo di grazia: quando mi risveglio, sono già in una di quelle sterminate campagne inglesi tutte uguali.

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Pubblicato da narrabondo

A volte viaggio, altre volte mangio. Di solito respiro. Da quando ho percorso il cammino di Santiago per la prima volta, ho deciso che il mondo è più bello se visto a piedi. Se visito una città, raramente prendo un autobus o una metropolitana. La trovo una perdita di tempo che impedisce di godere appieno del viaggio. Sono nato a Napoli e, anche se ormai vivo lontano, continuo ad amarla profondamente. Conosco la Spagna come le mie tasche, ma continuo a trovare sempre una scusa per tornarci e viverla. Ciò nonostante ogni tanto però fingo di interessarmi a qualche altro paese e ne scrivo. Scrivo pure di roba da mangiare e ristoranti, ma è solo una scusa per giustificare la mia pancia.

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