Poveri

Quando pensiamo ad un viaggio, la nostra  mente mente corre immediatamente  al bello. Pensiamo alle località, al cibo e alle persone incontrate e a tutto ciò che  spinge a muoverci.

Raramente invece pensiamo alla miseria e alla povertà di cui il mondo è pieno. Ci riempiamo infatti la bocca con frasi stereotipate del tipo “viaggiare allarga la mente”, quando in realtà normalmente gli unici beneficiati da un viaggio siamo solo noi stessi.

Apparteniamo infatti alla prima società della storia che non viaggia per ragioni economiche ( si pensi a Marco Polo, Cristoforo Colombo, Magellano, Vespucci, etc ) finalizzate allo sviluppo di rotte commerciali o di conoscenze scientifiche, ma esclusivamente per egoismo. 

Il nostro infatti è un viaggio di puro piacere. Ci sono però paesi del mondo in cui questa necessità non è proprio avvertita perché in via preliminare ci sono altre prioritarie.  Andare in questi paesi del mondo è, per certi versi, ciò che più sconvolge perché fa capire che una strada asfaltata, le fognature, la luce elettrica e l’acqua nelle case non sono una conquista tanto banale. Esistono infatti villaggi costituiti da baracche realizzate con lamiere o materiali di scarto in cui le persone si alimentano con le bucce di patate. Io tutto questo l’ho visto e spesso mi ha fatto male, ma poi – come forse è anche giusto – ho proseguito sempre il mio viaggio pensando alla ricerca del bello che mi aveva spinto a muovermi.

Ci sono poi i poveri delle città in cui viviamo, gente che vive nell’invisibilità pur imbattendosi quotidianamente in migliaia di passanti. Sono persone che per la nostra società non contano nulla perché non producono. Per questo le ignoriamo.

Negli ultimi anni non sono poi mancati i casi di cronaca con protagonisti i figli di una società malata che, spinti dalla noia, hanno pensato di dare una scossa alla loro serata dando fuoco a barboni che dormivano all’addiaccio. Come si può arrivare ad un livello di bestialità tanto infimo?

Ecco, non voglio fare nessuna lezioncina morale ( se proprio la sto facendo, la sto facendo a me stesso ), ma a volte bisogna ricordare che conoscere il mondo significa anche conoscere le persone che abitano il mondo.

A Madrid, tra i tanti invisibili in cui mi sono imbattuto nella mia vita, ho spesso incrociato un anziano signore che tutti i giorni è in strada con una divisa militare e una radio degli anni ’80  per cercare di guadagnarsi una moneta.

Trascorre le sue giornate al freddo, seduto su uno sgabello tra la calle Arenal e la calle Mayuor, alzandosi solo quando  prova  a  fare due passi di danza ( invero molto scoordinati)
Lui ormai proprio non ce la fa più, però continua a provarci per necessità.

Ecco, forse tutto ciò non è giusto.

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