Rivolta contro il mondo uguale. Perché instagram sta uccidendo il viaggio.

Rivolta contro il mondo uguale. Perché instagram sta uccidendo il viaggio.

Abbasso instagram! Sto seriamente pensando di non fare più fotografie quando viaggio o, magari, di darmi un limite numerico molto basso come facevamo quando usavamo il rullino e le foto si pagavano, erano un ricordo prezioso e, soprattutto, imponevano una lunga attesa per essere viste.

Sto pensando di scrivere un manifesto dei narrabondi e il mio inno alla rivolta contro il mondo moderna. Sono stufo, davvero stufo di poter sapere tutto con un semplice clic. Sono stufo, davvero stufo di vedere su instagram milioni di foto tutte perfette e tutte noiosamente uguali. Ci avete fatto caso che più la tecnica migliore e più pecchiamo di originalità?
E che cavolo.

C’era una volta il viaggio. Quello con la “V” maiuscola, quello fatto di imprevisti, di mappe spiegate male sul cofano di una macchina a noleggio, di treni persi e di incontri casuali che ti cambiavano la giornata. Oggi, quel tipo di viaggio sembra un reperto archeologico. È stato sostituito da un’entità molto più fotogenica, ma terribilmente vuota: il contenuto.

Io ricordo ancora perfettamente mia mamma che, abbassando il finestrino della macchina, chiedeva: “scuuuuuuuuusiiii” e poi proseguiva alla Totò chiedendo per andare dove doveva andare per dove doveva andare. O qualcosa di simile.

Se ci fermiamo un attimo a osservare come si muovono le masse di turisti oggi, ci accorgiamo che non stiamo più visitando il mondo. Lo stiamo “collezionando” per dimostrare che ci siamo stati. E in questo processo, guidato dalla dittatura estetica di Instagram e dei video rapidi di TikTok, stiamo uccidendo l’anima stessa dei luoghi.

La dittatura dell’inquadratura perfetta

Avete mai notato come tutte le foto di viaggio su Instagram finiscano per somigliarsi? C’è la ragazza con il cappello di paglia di fronte al Tempio di Bali, il ragazzo che guarda l’orizzonte da un picco norvegese, il piatto di pasta inquadrato perfettamente dall’alto in una trattoria romana che, guarda caso, è la stessa in cui vanno tutti.

Siamo caduti nella trappola del “già visto” e del già noto. E così, quando visitiamo un posto, non diciamo più “wow”. Io i wow più belli della mia vita li ho vissuti prima dei cellulari, prima di google, prima. Come sono vecchio! Oppure sono nostalgico di quando ero davvero vivo e vibrante? Viaggiamo per riprodurre un’immagine che abbiamo visto sul feed di qualcun altro. Arriviamo in un posto e, invece di respirare l’odore della salsedine o ascoltare il dialetto locale, la prima cosa che facciamo è cercare l’angolazione giusta. Se la luce non è quella dei filtri a cui siamo abituati, il luogo ci delude. Se c’è troppa gente per scattare la foto “solitaria” (che è quasi sempre un falso storico), ci arrabbiamo.

Il risultato? Le città si trasformano in set cinematografici. I centri storici si svuotano di residenti per fare spazio ad Airbnb e negozi di souvenir tutti uguali, pronti a soddisfare l’estetica richiesta dall’algoritmo. È la gentrificazione dell’esperienza: tutto è pulito, tutto è illuminato, ma niente è più vero.

Il viaggio come performance, non come esperienza

Il problema non è la fotografia in sé. La fotografia è sempre stata una compagna di viaggio straordinaria. Il problema è la performance. Quando il fine ultimo del viaggio non è più l’arricchimento personale, ma la validazione sociale (i like, le visualizzazioni, i commenti), il viaggio smette di essere un’avventura e diventa un lavoro non pagato per nutrire una piattaforma digitale.

In questa corsa al post perfetto, abbiamo perso il diritto di perderci. Non ci sono più errori, perché Google Maps ci dice esattamente dove andare. Non ci sono più scoperte, perché TripAdvisor ci dice già cosa mangeremo e che sapore avrà. Abbiamo eliminato l’incertezza, ma così facendo abbiamo eliminato la magia.

La filosofia del Narrabondo: il diritto di essere fuori tempo

Qui è dove dobbiamo fare una scelta. Possiamo continuare a essere consumatori di paesaggi, o possiamo decidere di tornare a essere Narrabondi.

Essere un Narrabondo non significa odiare la tecnologia, ma rifiutare che essa detti il ritmo dei nostri passi. Significa rivendicare il diritto alla lentezza. Mentre il mondo corre per scattare la foto e scappare verso la prossima “attrazione top 10”, il Narrabondo si siede. Si siede su un muretto di pietra in un borgo del Molise e aspetta. Aspetta che il sole scenda, sì, ma non per fotografarlo: per sentire come cambia la temperatura dell’aria sulla pelle.

Il Narrabondo sa che l’anima di un luogo non si trova nei punti panoramici segnalati dalle guide. Si trova nelle crepe dei muri, nelle mani di un oste che ti racconta la storia del vino che ti sta servendo, nel silenzio di un cammino dove l’unico rumore è il battito del tuo cuore e lo scricchiolio della ghiaia sotto gli scarponi.

Perdersi è l’unico modo per trovarsi

Per recuperare il senso del viaggio dobbiamo tornare a sbagliare strada. Dobbiamo avere il coraggio di spegnere il GPS e imboccare quel vicolo che non sembra portare a nulla di “instagrammabile”. È proprio lì, in quel vicolo buio e poco fotogenico, che spesso si nasconde la verità.

La verità è un incontro con un anziano che ha voglia di parlare, è un sapore che non sapevi esistesse, è la sensazione di essere minuscoli di fronte alla natura selvaggia che non si cura dei tuoi pixel.

Il Narrabondo non colleziona timbri o scatti: colleziona storie. E le storie non sono fatte di perfezione. Sono fatte di imprevisti, di pioggia che ti inzuppa fino alle ossa, di scarpe infangate e di quella stanchezza meravigliosa che ti assale a fine giornata, quando senti che ogni passo ha avuto un senso.

Un appello alla resistenza narrativa

Smettiamola di viaggiare per gli altri. Smettiamola di cercare il “posto più fotogenico” e iniziamo a cercare il posto più autentico, anche se è brutto, anche se è sporco, anche se non riceverà nemmeno un like.

Torniamo a raccontare il viaggio non come una sequenza di cartoline patinate, ma come un percorso sporco, reale, umano.

Torniamo a scrivere, a tenere diari, a parlare con la gente.

Perché quando spegneremo lo smartphone per l’ultima volta, non ricorderemo quanti cuoricini abbiamo ricevuto, ma quante volte ci siamo sentiti davvero vivi, smarriti e felici in un angolo di mondo che nessuno conosceva, tranne noi.

N.B. Questo articolo è il frutto delle mie riflessioni personali. E’ un pippone, lo so. E’ una provocazione, so anche questo. So anche che mi capirete e so che ci rifletterete anche voi. Ogni epoca ha i suoi pro e i suoi contro. La nostra epoca ha tutto. E’ l’epoca delle registrazioni, dei video, degli archivi, eppure sembra aver perso la memoria e non segue più i grandi maestri. Marcello VENEZIANI l’ha definita un’epoca senza eredi. CONDIVIDO PIENAMENTE QUESTA RIFLESSIONE.

N.B.2 L’algoritmo di google mi sta facendo impazzire: da un’ora all’altra mi fa sparire dai motori di ricerca. Spero che la situazione si stabilizzi a breve e capisca definitivamente che narrabondo.com non è un blog qualsiasi, ma un blog con una storia che va rispettata: 10 anni on line non sono bazzecole.

Un commento

  1. Il problema è la democrazia, che ammazza l’arte.
    Facci caso: da quando tutti hanno assieme a un telefono uno strumento per generare immagini in altissima risoluzione… tutti si credono di poter essere fotografi. Tanto, la tecnologia aggiusta per loro.
    Puoi autopubblicare, saltando le CE, puoi dirti fotografo scartando i vernissage e i corsi – e tagliando sui prezzi di una reflex… Puoi cantartela e suonartela.
    E i social ti danno la platea.
    Stop.
    Le cose hanno smesso di puzzare.

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