I viaggi in bottiglia

C’è una pubblicità, secondo me molto bella, ambientata in un ipotetico 2032 e realizzata nel 2012 dall’azienda di promozione turistica del Perù, il cui protagonista, un uomo d’affari, riceve un pacco inviato da se stesso 20 anni prima.

In tale pacco vi è un video in cui quest’ultimo ricorda qual era lo spirito che lo animava e cosa significasse per lui viaggiare.

Ecco, per me viaggiare è sempre stata una esigenza fondamentale e talvolta un’ossessione. E, invero, pur conducendo una vita piuttosto spartana e senza lussi, ho sempre cercato di trovare un’occasione per concedermi una nuova piccola avventura. Diciamo che, oltre allo sport, il viaggio è stato il mio “hobby” per antonomasia.

Del resto, se mi leggete abitualmente, siete consapevoli del fatto che ora sto scrivendo delle banalità, visto che – se il tema del viaggio non fosse stato di mio interesse – non avrei di certo aperto questo blog ( che ha recentemente superato il milione di visitatori).

Anche perché raccontare, immaginare e descrivere un viaggio significa farlo continuare all’infinito, magari cristallizzando ricordi destinati a sbiadire con il tempo.

Ultimamente però, quando mi capita di rileggere vecchi post scritti da me, stento a riconoscermi e mi rendo conto di essere cambiato. In particolare mi sto rendendo conto che il viaggio non è più una molecola di ossigeno di cui ho bisogno, ma un semplice diversivo di cui si può persino fare a meno

Tanto è vero che, mi duole ammetterlo, sono ben tre anni che non prendo un aereo e che non vado all’estero. E’ un qualcosa che mi manca? Certo che sì, ma mi sono reso conto di essere diventato più pauroso, più petulante, più pigro. Insomma sono un triplo P o, se si preferisce, un pa-pe-pi

E’ colpa della pandemia? Sicuramente il dover vivere con tante accortezze e tante ansie per la salute propria e altrui ha cambiato le priorità, ma non credo che sia questa la risposta.

La risposta è piuttosto nella circostanza che la vita è un qualcosa di veramente complesso e, a prescindere dai propri sforzi, spesso è il quoziente fortuna a fare la differenza.

Non vi racconterò cosa mi è successo e la quantità di eventi scioccanti che mi hanno coinvolto negli ultimi tempi, ma sappiate che mi è stata rubata la voglia di viaggiare, cioè di sognare.

E, invero, se ormai ritengo che viaggiare sia davvero un lusso per chi ha lo spirito libero, tuttora non capisco quelli che dicono di viaggiare per “evadere”. Come si fa ad evadere dai problemi? La verità è che i problemi ti perseguitano ovunque e non si possono recidere.

Per pensare al viaggio, dunque, bisogna essere un tantinello egoisti anche nei confronti di se stessi e in grado di voler esplorare il mondo per poi isolarsene.

A che pro vi sto scrivendo tutto questo? Non per anticiparvi che su questo blog non leggerete più racconti di avventure incredibili – per la verità di racconti del genere non ne leggete da tempo – ma per riflettere sul perché non riesco più a trovare un senso al viaggio.

In proposito Hermann Hesse in “Viaggio a Norimberga” scrive: “viaggiare deve comportare il sacrificio di un programma ordinato a favore del caso, la rinuncia del quotidiano per lo straordinario, deve essere strutturazione assolutamente personale delle nostre inclinazioni.

In sintesi, per lo scrittore tedesco, che pure fu un viaggiatore, spostarsi era un fastidio perché è un’attività che obbliga a rinunciare a quella che noi oggi potremmo definire comfort zone per un imprevisto non sempre piacevole.

C’è però un’eccezione che giustifica il viaggio: la ricerca di simboli e di ricordi, cioè la ricerca di noi stessi.

E’ questo un pensiero che condivido Per questo motivo, se occasione di viaggio ci sarà in futuro, sarà tendenzialmente in quei luoghi a me cari che già conosco.

4 commenti

  1. Mi dispiace per gli eventi brutti, tutti più o meno abbiamo vissuto (e continuiamo a vivere) momenti difficili durante gli ultimi anni. E che dobbiamo fare, si combatte, SEMPRE!
    Dai non ti chiudere quella porta… anzi il portellone di quell’aereo! 😉

    "Mi piace"

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