cammino del nord il secondo cammino francese

IL BUON PELLEGRINO – Hospital de Orbigo – Rabanal del camino, km 36,4 – tappa 14 (CAPITOLO 15).

on so se sia a causa del repentino cambiamento climatico o se dipenda dal fatto che i miei piedi si sono emozionati per il ritorno sul cammino francese - e, accidenti, la tradizione bisogna mantenerla! - ma le vesciche sono tornate a farmi visita in massa. Una brasiliana che sta nella mia stessa stanza, vedendomi preoccupato, mi offre una crema che mi viene presentata come "miracolosa", ma io sul campo ho imparato che le vesciche si curano più efficacemente mettendo i piedi in un secchio con acqua, sale e aceto. Poi ci penserà una notte di riposo a fare il resto e a permettere di affrontare una nuova tappa.

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21 giugno – Non so se sia a causa del repentino cambiamento climatico o se dipenda dal fatto che i miei piedi si sono emozionati per il ritorno sul cammino francese – e, accidenti, la tradizione bisogna mantenerla! – ma le vesciche sono tornate a farmi visita in massa. Una brasiliana che sta nella mia stessa stanza, vedendomi preoccupato, mi offre una crema che mi viene presentata come “miracolosa”, ma io sul campo ho imparato che le vesciche si curano più efficacemente mettendo i piedi in un secchio con acqua, sale e aceto. Poi ci penserà una notte di riposo a fare il resto e a permettere di affrontare una nuova tappa. Tappa che inizia in compagnia del bastone che Hugò mi ha regalato. Appena uscito da Hospital, opto per il sentiero sulla destra che, benché allunghi il tragitto di un km, è sicuramente il più interessante. I primi10 km li brucio in meno di due ore attraversando campi e paesi semi-disabitati, poi, non appena salgo sull’altopiano che porta ad Astorga, mi imbatto in un vento freddo e intensissimo che mi crea diversi problemi. Fortunatamente posso ripararmi in una baracca alla fine della salita , ma del “giovane mistico” che vi dimora non v’è nessuna traccia. Decido così di continuare a camminare, tanto il vento e il freddo non diminuiranno, ma, dopo poche centinaia di metri, incrocio un ragazzo coi capelli lunghi che corre, senza scarpe e senza maglietta, come un forsennato in direzione contraria alla mia e mi chiede, senza fermarsi, che tempo faccia in Italia. E’ David, il “mistico” che sta tornando in tutta fretta alla postazione che aveva momentaneamente abbandonato, così torno indietro per vedere se si ricorda di me. E’ un tipo che da anni vive lì offrendo gratuitamente cibo e bevande ai viandanti di passaggio e dispensando loro pillole di saggezza. In verità, non ho ancora capito se sia semplicemente uno strambo che vuole vivere alla giornata e che, magari, quando si stuferà, avrà una bella casa a disposizione, ovvero un autentico eremita che rifiuta i modelli imposti dalla società moderna. Ehi, come hai fatto a indovinare che vengo dall’Italia?” – “Lo sapevo e so anche che in Italia non ti trovi bene e sei qui per cercare qualcosa”. Secondo me fa il furbo e si ricorda perfettamente

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Ad ogni modo il cammino prosegue e, dopo poco, intravedo la grande croce che domina dall’alto Astorga e dà accesso alla città attraverso imponenti scaloni. In lontananza già si scorge la cattedrale, ma devo ancora attraversare tutta la città moderna, in particolare un antipaticissimo ponte  che permette di attraversare i binari ferroviari   ma costringe ad un giro assurdo su tre piani. Astorga, comunque, è bella come la ricordavo e meriterebbe una sosta, ma – almeno per me – si trova in una posizione geografica infelice e io non posso fare solo 16 km in un giorno. Mi limito, pertanto, ad rapido giro per il centro storico fermandomi solo davanti alla cattedrale e al palazzo arcivescovile di Gaudì. Quest’anno non ho voglia di mangiare il pur buonissimo “cocido maragato” in un ristorante, così mi concedo solo un break per recuperare le energie. Devo percorrere altri 20 km circa, ma non mi preoccupo affatto. Tanto è vero che, dopo mezzora, mi fermo a visitare una chiesetta e a conversare col custode. Quando arrivo a Santa Catalina di Somoza mi sento ancora leone, ma già a El Ganso inizio a fare un mezzo pensierino per fermarmi. Non ho più acqua, ma non ho nessuna intenzione di entrare nella “Meson del cowboy”, l’unico bar del paese che, ahimè, è gestito da un pazzo che l’anno scorso tirò fuori un’ascia dal bancone. Purtroppo non scorgo nemmeno l’albergue, ma non voglio tornare indietro per cercarlo: sono sì stanco e consumato dal sole, ma voglio arrivare a Rabanal del camino come programmato. La cocciutaggine, però, mi costa cara. Infatti gli ultimi 7 di km della giornata sono di pura agonia e sono costretto a trascinarmi a fatica col bastone. Vorrei stendermi, ma so che, se lo facessi, non riuscire a rialzarmi, così stringo i denti e non mollo: alla fine, per fare 7 km, ci metterò quasi tre ore. Rabanal, per il resto, è piena di albergues, tanto è vero che non riesco a trovare quello della comunità di San James che mi era stato caldamente consigliato e che sui cartelli è indicato con un altro nome, così, esausto, me ne vado al municipale. L’albergue in questione, stranamente, è semivuoto, ma tra gli ospiti c’è anche il caro Hugò che si diverte nel vedermi “hecho polvo”, ovvero praticamente incapace di fare un altro passo. Ora non dispongo di secchio con sale e aceto, ma un ragazzo basco mi regala del disinfettante che, assieme ad ago, filo,  polvere di penicillina e compeed, mi consentirà di essere operativo anche per la tappa di domani. Per ora, però, mi costa persino percorrere  pochi metri per andare al ristorante. Nel lento e faticoso tragitto io e Hugò conosciamo una ragazza slovena giramondo con un passato erasmus ad Altea, nei pressi di Alicante, che dormirà all’addiaccio senza temere la presenza di animali né il freddo pungente che, a circa 1400 mt di altitudine, si avverte non poco. Siamo sinceramente ammirati e ci chiediamo se noi potremmo riuscirci. Per il resto sono felice di aver spaccato in due la lunga salita che porta alla Cruz de Hierro e che domani sarò in cima a prima a mattina, ma personalmente non ho nessuna intenzione di continuare a correre come sto facendo.

Tanto più che peccato deriva dal latino pecus, che significa piede incapace di percorrere un cammino e, per rimediarvi, è indispensabile camminare in avanti affrontando le difficoltà  che ci si presentano. Ora, visto che quest’oggi di peccati ne ho espiati un bel po’, che bisogno c’è di correre ulteriormente?

 Albergue, € 5

Tappa di difficoltà medio-alta. I primi 10 km sono pianeggianti, poi si sale sull’altopiano di San Justo de la Vega che porta ad Astorga e si affrontano degli strappetti per altri 6 km. Dopo Astorga inizia la leggerissima, ma continua salita che finirà alla Cruz de Hierro. Fino al Rabanal sono 20 km, ma i più duri iniziano a El Ganso, cioè negli ultimi 7 km.

Astorga, voto 8

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