Che significa saper scrivere ?

Che significa saper scrivere ? Come si fa a giudicare un tema, un saggio, un libro nella sua qualità e nel suo valore? C’è un criterio oggettivo? Sa scrivere chi sa sviluppare frasi lunghe o chi esprime lo stesso concetto in poche parole? Scrive bene chi usa parole difficili e inconsuete con molte incidentali e virgole oppure chi, aderendo all’atticismo, preferisce andare subito al sodo?

La scrittura di fatto è una proiezione della nostra personalità e  tradisce anche la nostra età.  Per questo ogni tanto può essere divertente “ingannare” il lettore provando a scrivere riflessioni proprie di un’età passata, magari quelle che avremmo potuto fare all’età di 8 o 10 anni.

Giovannino Guareschi sosteneva di conoscere pochissime parole e di scrivere, da giornalista, in modo molto semplice. Eppure ha avuto un grandissimo successo come scrittore perché raccontava le sue storie in modo vero, genuino e ruspante. Allo stesso modo agiva Ernest Hemingway fondando il suo stile sulla crudezza e l’essenzialità delle parole.  Dostoevskij poi aveva la capacità di creare un’immagine anche per ciò che non esiste: il sogno, il desiderio, l’idea.

I futuristi invece furono radicali: per loro la punteggiatura andava del tutto abolita. E  così si inventarono un testo con lettere di grandezza differente, no-sense e parole onomatopeiche per  consentire ad un libro di emettere  suoni e rumori. Questo è l’incipit dell’opera più celebre di Marinetti:

“ogni 5 secondi cannoni da assedio sventrare spazio con un accordo ZANG- TUMB – TUUUMB ammutinamento di 500 echi per azzannarlo sminuzzarlo sparpagliarlo all’infiiiiiiinito”.

Avvertite il frastuono della battaglia? Notate la resa che l’autore è riuscito a dare con uno stile telegrafico e un verbo declinato all’infinito?

Ci sono dunque tanti modi per scrivere così come ci hanno insegnato, nella loro estrema differenza stilistica, Cicerone e Tacito.

Eppure, quando andiamo a scuola, la prima cosa che fanno le professorine di lettere è stordirci facendoci perdere la sensibilità per il suono delle  parole, sensibilità che ci è innata in quanto esseri comunicanti.

Ci insegnano cioè che dobbiamo scrivere senza violare le regole grammaticali, che dobbiamo mettere le virgole al posto giusto, che dobbiamo cercare di elaborare  frasi lunghe e che siamo bravissimi se riusciamo ad usare aggettivi ormai in disuso. Per anni poi abbiamo dovuto combattere contro il divieto di iniziare una frase con una congiunzione.

E perché mai è un errore? Perché non possiamo riconnetterci a ciò che abbiamo testé espresso nel modo più immediato?

Sono questi metodi orribili che ci impongono un stile superato e francamente ottocentesco!

  • Saper scrivere o saper comunicare?

Finiamo infatti per apprendere una tecnica che ci distanzia dal mondo e non ci permette di trasmettere il nostro pensiero con la stessa efficacia con cui lo faremmo nella lingua parlata. Per me scrivere  terribbile con 2 b in un certo contesto è molto più corretto della forma grammaticale prescritta. Allo stesso modo riportare espressioni non contenute in un vocabolario permette spesso di descrivere una immagine come non riusciremmo a fare altrimenti. Invero infatti “argh”, “spash” o “sbang” fanno subito immergere il lettore in una data situazione. Allo stesso modo poi, se scrivo che mi perplimo, sono sicuro che chi legge capirà cosa voglia esprimere benché questa parola sia stata inventata da Guzzanti.

Eppoi c’è da dire che ciascuno ha un proprio stile, un proprio modo di soppesare le parole ed esprimersi. A me ad esempio piace il linguaggio diretto e comunicativo con poche subordinate e un limitato ricorso  ai trattini.  Ogni parola per me deve avere un ritmo e stare al giusto posto come se fosse il tassello di un mosaico, perché uno stesso aggettivo messo prima o messo dopo ha un significato diverso.

Così non capisco come facciano gli inglesi ad attuare la regola dell’aggettivo prima del sostantivo. Loro infatti dicono “oggi gradirei un caldo caffè” invece di “oggi gradirei un caffè caldo”. Non avvertite però più  melodia nella seconda versione?
In inglese la frase ci appare prevedibile, scontata, glaciale. Quando arriviamo a leggere la parola caffè infatti sappiamo già che è caldo. Nella costruzione italiana, invece, appena leggiamo il sostantivo caffè, nasce subito una sensazione di attesa e di sorpresa che ci porta a chiederci come sarà mai questo caffè.

Per cui sono ultra-convinto che, per imparare veramente a scrivere, non bisogna stare a sentire le professoresse di lettere: loro possono sì formarci, ma non ci renderanno mai degli scrittori.

Di me ad esempio la mia professoressa del liceo diceva sempre che non sapessi proprio scrivere, mentre quella delle scuole medie mi metteva ottimo solo quando usavo paroloni inconsueti che mai avrei utilizzato volutamente. Ma chi se ne frega dei paroloni!

Ritengo infatti che, per saper scrivere, bisogna avere il coraggio di coltivare un proprio stile  e verificare che il pensiero o l’immagine che si vuole esprimere sia percepita nelle stesse forme da chi ti legge. Conta poi poco altro. Conta che quel pensiero o quell’immagine destino una qualche curiosità, ma poi l’apprezzamento della forma – diciamocelo – è un fatto davvero relativo che cambia da persona in persona, da società in società, nonché da epoca storica a epoca storica.

Dunque, care professoresse, non vi permettete mai di giudicare il pensiero dei vostri studenti e – in mancanza di errori marchiani – ai temi mettete 8 a tutti.

2 commenti

  1. Credo che lo “saper scrivere” sia assolutamente soggettivo.
    E la valutazione sulla scrittura deve ovviamente venire dai lettori, e non da chi scrive.

    Dipende dagli argomenti trattati, dallo stile utilizzato, e dalle capacità “intrinseche” di chi scrive: cultura individuale, ironia, sintonia con il lettore, sintesi. profondità nelle descrizioni (persone, paesaggi)… tantissimi elementi non facili da elencare e che sommati non danno un risultato matematico.

    "Mi piace"

    • Sì, esatto, non è una scienza esatta. Sa scrivere chi usa sempre lo stesso registro linguistico o chi sa variarlo a seconda delle esigenze differenziando un blog da un atto giudiziario? Ecco, è una valutazione difficilmente ponderabile, ma che non può spettare nemmeno ai lettori tout court.

      Piace a 1 persona

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.