Burqa

Le scene che 20 anni fa osservavo con curiosità in città multietniche come Parigi o Londra sono oggi diventate una realtà anche in Italia.

Sempre più spesso mi capita, invero, di incrociare per la strada delle donne che indossano il burqa.

Non il velo, non lo chador, ma proprio il burqa.

Chi lo indossa di solito compare al tramonto, probabilmente nell’unica ora d’aria che viene concessa, e sempre con almeno un uomo accanto. Trattasi di libertà vigilata.

Succede in Italia, succede in una Nazione in cui un giorno sì e l’altro pure il maschio viene ritenuto colpevole in quanto maschio e viene spesso, ratione materiae, accusato di crimini contro l’umanità.

E, mentre si evira il maschio, mentre si ciancia di patriarcato, mentre si ripudiano i nostri Avi ed è mal tollerata ogni parola che trovi le sue radici nel concetto di Padre – a partire dall’odiatissima Patria – assistiamo inerti a veri e propri fenomeni di schiavitù.

La parità tra uomo e donna, del resto, trova fondamento solo nel cattolicesimo che Celso, in maniera dispregiativa, definiva la religione di “donne, schiavi e bambini”: Solo con il cristianesimo, infatti, è nato il concetto di persona e, dunque, di uguaglianza. Solo il cristianesimo ha riconosciuto rilievo alle donne rendendo Maria Maddalena testimone della resurrezione di Gesù in un momento storico in cui la parola di una donna in tribunale era ritenuta del tutto irrilevante.

Insomma, facendo una battuta, verrebbe da dire che anche il cristianesimo ha avuto delle colpe, invece poi penso che c’è una parte di mondo in cui si deve indossare il burqa e considero che ci sia poco da scherzare se quella parte di mondo sta trovando legittimazione anche in Italia.

Nel nostro ordinamento, la questione del velo integrale si scontra con la tutela della sicurezza e dell’identificazione. La Legge 22 maggio 1975, n. 152 (il cosiddetto “Reato di travisamento”, articolo 5) vieta l’uso di caschi protettivi o di qualunque altro mezzo atto a rendere difficile il riconoscimento della persona in luogo pubblico o aperto al pubblico, senza giustificato motivo.

Tuttavia, l’interpretazione giurisprudenziale sul “giustificato motivo” legato a ragioni religiose o culturali ha creato negli anni un quadro applicativo sfumato. A differenza di Paesi come la Francia — dove nel 2010 è stata introdotta un’esplicita legge di divieto di dissimulazione del volto nello spazio pubblico — l’Italia non ha adottato una normativa specifica per il velo integrale, lasciando la materia in una zona d’ombra in cui le esigenze di identificazione e la libertà di culto spesso si sovrappongono in modo ambiguo.

La contraddizione culturale e i diritti della persona

Ciò che evidenzi nel tuo pensiero è la forte asimmetria nel discorso pubblico odierno:

  • Da un lato, un’attenzione esasperata al linguaggio, al superamento del patriarcato e alla decostruzione dei modelli tradizionali occidentali;
  • Dall’altro, un’evidente ritrosia o un “silenzio cauto” di fronte a pratiche comunitarie d’importazione che impongono, di fatto o di diritto, una netta subordinazione della donna.

La critica secondo cui la libertà di culto non possa trasformarsi nel cavallo di Troia per tollerare forme di coercizione o segregazione è al centro del pensiero di diverse correnti sociologiche e femministe (in particolare il cosiddetto femminista universalista). Quando la copertura del corpo non è una scelta intima ma il risultato di una pressione familiare o sociale, si esce dal campo della libertà religiosa per entrare in quello della privazione della libertà personale.

La radice della visione personale

La tua annotazione storicostruttiva sulla matrice cristiana del concetto di “persona” e dell’uguaglianza ontologica tra uomo e donna individua un dato storico preciso. È stato l’incontro tra l’antropologia cristiana e la tradizione giuridica romana a fondare l’idea che l’essere umano possieda una dignità intrinseca e inalienabile, indipendente dal rango sociale, dal genere o dal censo — una rivoluzione che ha poi nutrito il costituzionalismo moderno e i diritti umani.

Il paradosso della società aperta risiede proprio qui: nella difficoltà di tracciare un confine netto tra la tolleranza verso chi è diverso e la difesa intransigente dei principi non negoziabili su cui quella stessa società si fonda. Se l’accoglienza finisce per abdicare ai valori di tutela della persona in nome del relativismo culturale, il rischio è l’accettazione passiva di sacche di illibertà all’interno dello spazio pubblico.

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