Viaggio letterario in Usa, seconda parte

Viaggio letterario in USA, seconda parte

I western


È inutile che racconti dei set naturali in Arizona, New Mexico, Colorado e Texas
dove sono stati girati i più bei film western di tutti i tempi.
Noi abbiamo visitato Tombstone, e visto l’O.K Corral e siamo stati anche nella
piccolissima Silver City dove Billy the Kid trascorse la sua infanzia e pare fece la
sua prima rapina. Ci siamo poi fermati in un bar e ricordo, con lo stesso stupore di
allora, che appese a una specie di rastrelliera c’erano le tazze, ognuna diversa
dall’altra, con nomi, colori o segni particolari, dei frequentatori abituali. Trovo sia
fantastico, vanno lì, prendono la loro tazza, la riempiono di caffè mentre leggono il
giornale o un libro in santa pace. In America normalmente, tranne in Starbuck, il
caffè si paga solo la prima tazza, poi passano comunque a chiederti se ne vuoi ancora
e nessuno ti manda via appena hai finito di berlo. A noi lo hanno servito in una tazza
bianca anonima, quella degli avventori, diciamo, ma avrei pagato per avere appese a
quella rastrelliera anche le nostre tazze personalizzate.


Continuando con i film, in Iowa, dopo aver visitato la casa natale e il museo dedicato
a John Wayne, sono andata alla ricerca dei ponti coperti di Madison County
, e in
particolare del suo più famoso e romantico, mentre in Pennsylvania, nella Contea di
Lancaster, ogni carrozza nera che correva nelle apposite corsie ai lati della strada,
carica di bambini con il cappello in paglia e bimbe bionde con la cuffia orlata, mi
ricordava Witness. Quella sera abbiamo cenato in un ristorante Amish, delizie
casalinghe semplici e curate, torte di frutta come quelle di nonna papera servite ai
tavoli da ragazze di una bellezza riservata, con il tipico abbigliamento castigato e i
capelli raccolti in cuffiette, candide e inamidate. Non si comprano questi copricapo,
ci sono imitazioni, certo, ma quelli che indossano loro sono di organza finissima, di
un cotone leggero, impalpabile. Mi hanno spiegato che sono fatte a mano dalle donne
della famiglia, e solo per loro. Cose semplici, ma preziose più di un gioiello.

Tra jazz e Via col vento


Anche New Orleans ha ispirato molti film, ma è una città che nel mio immaginario
ha un fascino inquietante,
e anche se il quartiere francese con la sue ringhiere piene di
fiori, con i musicisti che suonano il blues per la strada, trasmette allegria e gioia, io
ho voluto pernottare altrove, mi angosciava rimanere a dormire lì, fra galli sgozzati e
storie di diavoli. Siamo usciti dalla città al tramonto e lungo la strada erano ancora
visibili i segni della devastazione lasciata dal passaggio di Katrina. Sempre in
Louisiana abbiamo attraversato campi di cotone e visto le tipiche case dei padroni
bianchi. Infiniti film sono stati girati in questi luoghi dove un tempo, nemmeno tanto
lontano, si sentivano canti e lamenti di un popolo ancora schiavo.

Non ci siamo fermati a visitare Tara, in Georgia, ma Rossella O’Hara era ovunque in quelle
sfarzose case coloniali immerse nel verde, fra campi di cotone e il fiume Mississippi.
Una delle più belle foto che ho fatto ha come soggetto il Grande Fiume, che non si
vede, ma c’è solo la sagoma illuminata di un ponte che lo attraversa, l’unica fonte di
luce nel nero assoluto di quella notte che ricordo ancora.
Dal sud al nord, ovunque un set cinematografico e così a Forks, nello stato di
Washington, freddo e piovoso più del solito quell’anno, fra foreste e boscaioli, nelle
nebbiose atmosfere di un pomeriggio di giugno, ci siamo messi sulle tracce dei
romantici vampiri di Twilight. Non c’erano ovviamente, e per fortuna, se non nelle
vetrine cariche di oggetti inutili con stampati i visi dei protagonisti. Ci siamo
allontanati di corsa da quei negozi assurdi per poi finire intirizziti a gustare un hot
dog accanto a due giganteschi taglialegna in legno, che sorreggevano una sega, sopra
un tronco di legno, con l’indicazione del museo cittadino del… legname, ovviamente.
Mai visto tanta legna tutta in una volta.
Quello stesso anno, prima di riportare l’auto a Los Angeles, fra i miei appunti c’era
una sosta per un caffè e una fetta di torta in un bar sulla 66, a Newberry Springs nel
deserto californiano, dove c’era ancora lucida la roulotte argentata simbolo del film
Bagdad Cafè.

L’Arizona


Per finire, ad Oracle, in Arizona, abbiamo visitato il centro sperimentale Biosphere 2,
nato per simulare la biosfera della terra sotto enormi cupole pressurizzate, da
trasferire eventualmente sulla Luna per poter vivere in autosufficienza.

Il suo interno comprende vari ecosistemi come la foresta pluviale, il deserto e il necessario per
coltivare campi e allevare animali così da provvedere in autonomia alla
sopravvivenza. Questo esperimento è fallito per colpa di alcuni microorganismi
sviluppatisi su alcune piante. Successivamente, un altro esperimento mise in evidenza
l’impossibilità di una convivenza forzata fra umani. Una specie di Grande Fratello,
insomma. Questa missione fallì miseramente in meno di tre mesi perché finirono per
litigare furiosamente e ne andava della loro incolumità. Ora credo non serva più a
niente e si può solo visitarla con un tour guidato. Ne ho parlato perché pare che nei
corridoi a forma ottagonale, se non ricordo male, fu girato qualche scena di Alien.
Così ho capito, ma ammetto che il mio inglese non è perfetto.
Libri, cinema, manca la musica americana, un’altra delle mie passioni. Dopo il
blues di New Orleans, suonato e cantato per strada, abbiamo assistito a spettacoli
improvvisati a Nashville e a Memphis, e per le strade di New York non è difficile
trovare ragazzi che cantano e ballano hip hop
in mezzo a curiosi turisti. Ma la musica
che ti resta dentro è quella che esce dalla radio che ti accompagna on the road.
Accendi la radio e ti sintonizzi su una frequenza del posto, e niente come le canzoni
scritte da un autore ispirato da ciò che ha intorno, composte respirando l’Oceano o la
terra rossa o mentre viaggia in auto per chilometri e chilometri su strade deserte o
cavalca nelle sconfinate praterie, puó farti assaporare e comprendere ciò che anche tu
vedi per ore dal finestrino. Ed ecco che quando viaggi sulla Highway 1 in California,
ma anche su tutte le strade californiane, ti accompagnano le canzoni della west coas
t
anni ’70, e sono perfette per il vento, il mare e il sole; mentre nei territori dove la
natura la fa da padrona, dove è più facile spostarsi a cavallo o in pic-up che con una
berlina cittadina e dove gli uomini usano solo jeans Wrangler e all’entrata di ogni
locale non c’è un appendiabiti, ma un appendi cappello, anche se loro lo portano in testa comunque, o mentre viaggi nel centro del Paese, granaio degli Usa, dove alti
mostri verdi della John Deere ormai fanno tutto il lavoro, puoi ancora vedere qualche
vecchio trattore guidato da un vecchio e il suo cane al fianco, ecco in posti cosi si
ascolta musica country, cantautori e brani indimenticabili.


Ma quando viaggi sulla più iconica strada al mondo, che anche se è stata affiancata
dalla moderna I40 puoi ancora percorrerla per pochi ma indimenticabili tratti, quando
sotto di te hai la Route 66, La Strada Madre, che parte da Chicago e finisce sul molo
di Santa Monica a Los Angeles, non puoi che ascoltare tutto il repertorio americano
dagli anni 30 fino a quando, nel 1985, è diventata Historic Route 66. Un’onorificenza
che suona più come un epitaffio, ma che per chi ama l’America come me è un giusto
e meritato riconoscimento del suo splendido passato.

Ha portato in California i contadini dell’Oklahoma che percorrevano verso ovest la Mother Road in cerca di
fortuna e di un posto dove ricominciare, come mirabilmente descritto da John
Steinbeck in Furore, e poi l’hanno accarezzata auto rosa e azzurre, lunghe come
barche, sgangherate berline, alcune lasciate ad arrugginire ai lati, e ruote luccicanti di
motociclette sinonimo di libertà e rabbia. Ora giace stanca e un po’ malandata ai lati
della Interstate,
ogni tanto sparisce e poi ritorna all’improvviso a sorprenderti. Noi
l’abbiamo percorsa ogni volta che era possibile, piano, per non perdere nessun
vecchio motel, nessun simbolo ancora visibile sulla strada, cose gigantesce e spesso
senza senso, senza perdere nessuna vecchia pompa di benzina. A volte sono ancora
funzionanti, spesso sono diventati piccoli musei gestiti da nostalgici motociclisti che,
vestiti con gilet di pelle e tatuaggi d’epoca, vendono souvenir di un tempo che
nessuno vuole dimenticare, ricordi di quegli anni d’oro, di rinascita e speranza per
molte persone.

Potrei scrivere a lungo di questa strada, dell’emozione che provi a percorrerla, di
quando vedi il celebre simbolo stampato sull’asfalto quando entri in un altro Stato, del
silenzio che ti accompagna, fra drive-in abbandonati e assolate città fantasma, ma
servirebbe un capitolo intero, per cui concluderò questo mio omaggio alla
leggendaria Route 66, con il travolgente rumore di decine di Harley Davidson che ti
sorpassano senza fretta, in gruppo, motociclisti con bandane e giubbotti smanicati,

pronti a ripetere nostalgicamente ogni anno i viaggi di gioventù. E tu, che sei chiusa
in auto, abbassi i finestrini e ti vien voglia di cantare, braccia spalancate al vento.
Mi rendo conto che mentre metto in fila i ricordi, salto da uno Stato all’altro senza un
accurato itinerario che invece è stato indispensabile per la pianificazione di ogni
viaggio, così da poter vedere tutti gli Stati senza fare inutili zigzag o avanti e indietro,
ma il bello di scrivere le sensazioni e le emozioni è che azzera le distanze e il tempo.
In un attimo sono a Chicago e dopo tre righe in Florida. Magie del raccontare.
Ho tralasciato un’infinità di cose, devo pur arrivare alla fine di questo mio racconto di
viaggio, ma anche se non le ho scritte sono stampate tutte negli occhi e conservati
nella memoria di tutti i sensi. Nel naso conservo l’aroma acre e dolciastro del tabacco
che impregnava l’aria umida di Durham
in North Carolina, il profumo della cannella
sulle torte di mele nel Vermont o l’odore di neve a dicembre a New York. Sulla pelle
mi è rimasto il freddo pungente al Crater Lake in Oregon, era giugno, ma lì c’era la
neve e io indossavo i sandali, comunque è valsa la pena rischiare di perdere l’alluce
per vedere il blu più blu del pianeta, un colore intenso e profondo, che solo la natura
può creare, inimitabile. E la pelle non scorda nemmeno gli spilli del sole bruciarmi le
braccia mentre, su uno sgangherato pick-up sobbalzando continuamente su un
disastrato sterrato, un indiano Navajo ci portava all’entrata dell’Antelope Canyon.
Rivedo il gioco di luce sulle alte pareti di arenaria, levigate dal tempo e dall’acqua
come onde rosse, mentre il sole cominciava a far capolino in una fessura. Ed è in quel
momento che la guida, con consumata maestria, si abbassa a prendere un po’ di terra
rossa e la butta per aria, in direzione dei raggi del sole che proprio in quel momento
toccavano il suolo, e la magia si ripete. Minuscoli prismi scintillanti discendono
volteggiando e le pareti si illuminano di tutti i colori del rosso e dell’oro. Un attimo
che toglie il fiato, da fermare, il momento giusto per la foto perfetta.
Ernest Hemingway e la Florida,

Casa di Hemingway.


Ho lasciato per ultimo di parlavi del mio scrittore preferito, Ernest Hemingway. L’ho
ritrovato ovunque, nel mare, nei vecchi, sui pescherecci al largo dalle coste del
Massachusetts e nella vita di gente comune, ma l’ho sentito respirare fra le stanze
piene dei suoi gatti, e immaginato battere sui tasti della macchina da scrivere, appena
entrata nella sua casa a Key West.
Una casa in stile coloniale, con un balcone che
gira tutt’intorno, semplice e spaziosa, piena di luce, circondata da un lussureggiante
giardino che nasconde un’azzurra piscina. Le stanze sono piene di quadri, di
autoritratti e cimeli di pesca, ci sono libri antichi, prime edizioni e angoli eleganti
inondati dal sole. Lo studio è separato dalla casa e si trova sopra un ripostiglio. Qui
trovava relax e scriveva, solitamente in piedi e di mattina, smettendo solo quando
arrivava al punto di sapere come continuare la mattina dopo. Questa è l’unica stanza
della casa chiusa, protetta da un’inferriata che permette le foto, ma dove non si puó
entrare. Tutto e rimasto intatto, poltrona, tavolino e lampada dove probabilmente
leggeva, poi libri, quadri e la scrivania con la sua macchina da scrivere.
Nemmeno i suoi adorati gatti a sei dita, spesso anche sette, gatti polidattili,
discendenti dal primo gatto con questa malformazione congenita, Snowball, hanno
accesso in quest’area.
In compenso sono i padroni assoluti di tutta la casa, guardiani silenziosi di tanta
bellezza, discendenti dai gatti che hanno condiviso la casa, le giornate e il periodo più
produttivo del grande scrittore americano. Ne aveva cinquantasette, ora saranno
altrettanti, tutti pronipoti di Palla di neve. Resteranno per sempre l’unica memoria di
tanto amore, dopo aver vinto numerose battaglie legali contro chi li voleva cacciare.
I gatti di Hemingway, così li chiamano, dormono sul letto matrimoniale, sui bei
mobili, sulle paffute poltrone e trovano cibo in quantità in casette costruite per loro
nel verde giardino. Alcuni angoli della casa, pur essendo aperti, hanno cordoni che
impediscono l’accesso ai visitatori, ma non a loro, sono i proprietari a quattro zampe,
e infatti hanno lasciato le loro buffe impronte anche sul cemento fresco dei
marciapiedi dietro la casa, in ricordo di passate ristrutturazioni.
La particolarità delle loro numerose dita, era per i marinai era un segno di buona
fortuna e li portavano con loro a pesca, così che proteggevano la barca e cacciavano i
topi, in occidente invece era vista come una maledizione e nessuno li voleva. Pare sia
la ragione per cui da noi non se ne vedono.
Comunque, io li ho amati, fotografati senza disturbarli, fatto primi piani alle loro
zampette piena di dita sovrapposte, alcuni sembravano avere il pollice, ma la cosa più
deliziosa era vederli camminare. Parevano dei ballerini, costretti dalle tante dita a
camminare quasi sulle punte. È inutile dire che ne vorrei uno anche io, un micio con
il pollice, misterioso e ballerino.
Mi dispiace solo non aver reso omaggio alla sua tomba, quel giorno abbiamo dovuto
fare una deviazione causa un’allerta meteo. Hemingway è sepolto a Ketchum, in
Idaho, un paese vicino a Sun Valley dove da giovane andava a caccia, altra sua
grande passione. Cominciò a soffrire di depressione dopo il Nobel per la Letteratura e
negli anni subì molti elettrochoc, tanto che scrisse: «Che senso ha rovinare la mia
mente e cancellare la mia memoria? Queste cose costituiscono il mio capitale e senza
di esse sono disoccupato. È una buona cura, ma abbiamo perso il paziente». La
mattina del 2 luglio 1961 si sparò con il suo fucile preferito.

Riflessioni finali: viaggio letterario in USA


Sicuramente ho tralasciato tante cose viste, città e paesini, foreste e laghi, mare e
alberi con i rami così lunghi e ‘pelosi’ da assomigliare a capelli, troppe cose, troppi
aneddoti, troppo sole e nuvole appese ad un filo in un cielo infinito, ma mentre
scrivevo mi accorgevo di aver trasformato un diario di viaggio in un racconto pieno
di descrizioni e mie impressioni, dove l’io narrante si compiaceva delle cose viste e si
perdeva in considerazioni personali e che, per un lettore che vuole solo indicazioni di
massima, possono risultare leziose. Chiedo venia, ma mi risulta difficile parlare della
mia America con tono distaccato
o anche solo seguire, nel raccontare, un itinerario
preciso e dettagliato, come invece è stata la preparazione prima della partenza di ogni
viaggio americano.
Voglio chiudere con alcuni dati statistici, che racchiudono tutta la vastità delle cose
che ho visto. Abbiamo percorso on the road quasi 49.700 Km, fra il silenzio più
assoluto e il rumore delle grandi città, nello stupore della natura più bella e selvaggia
e il profumo di carta nelle stanze dei miei scrittori preferiti
.
In questo lunghissimo viaggio, 500 è la media giornaliera dei chilometri percorsi,
lo spostamento più lungo è stato di 1200k
m in un giorno. Partiti all’alba da
Tucson, visita al White Sands N.P. poi su, affiancando il Rio Grande, fino ad arrivare
a notte fonda ad Albuquerque.
13.500 sono stati i chilometri percorsi in un solo viaggio, l’ultimo, quando
mancavano una decina di Stati, fra cui Hawaii e Alaska, il viaggio più faticoso, forse
il più bello, ma anche il più malinconico, come quando sai che stai per finire un libro
bellissimo…
Non abbiamo mai dormito nello stesso albergo o motel per più di una notte,
tranne soste più lunghe in due ranch, e a Honolulu. La strada chiama, e a differenza di
viaggiare in Italia, le roads e le autostrade americane non stancano, il paesaggio è
vario anche quando è uguale, infinito, libero. E poi ci sono rituali che scadenzano i
viaggi on the road: fermarsi per far benzina, rifornirsi di acqua e prendere un caffè
lungo da mettere negli appositi spazi esistenti in ogni macchina americana, riempire
le mani di caramelle, stringhe di liquirizia rosse e verdi, sigh, e altri improbabili dolci
o salati, ma anche acquistare la calamita dello Stato che stai visitando, da applicare
nel cartina magnetica degli USA, comprata nel primo viaggio, che t’aspetta al ritorno.
Ogni viaggio americano è durato mediamente 22 giorni, l’ultimo quasi 30, e ogni
volta quando lasci la macchina, che è stata la tua casa nei lunghi spostamenti interni,
e torni alla base, New York, gli ultimi 5 giorni sono dedicati a lei. Per me la più bella
città del mondo, non perchè sia più bella di altre, ma perchè ti fa sentire… bene, a
casa. Io mi sento più a mio agio lì che a Milano, per esempio. C’è qualcosa di
familiare che non so spiegare. È poi è facile girarla tutta, rigorosamente a piedi. Le
Street e le Avenue si incrociano a formare una griglia. A New York non puoi
perderti.
Per finire, ho organizzato e prenotato tutto dall’Italia, usando cartine stradali, che
servono per visualizzare immediatamente le distanze e pianificare tutto il giro e gli
stop, una guida turistica cartacea e internet, dove puoi prenotare tutto, ma proprio
tutto senza usare nessuna agenzia di viaggio. E il risparmio è stato più del 30%.
E ditemi voi com’era possibile condensare tutto in poche pagine… ma se non vi ho
annoiato e ho stimolato la curiosità di vedere anche solo un posto che ho descritto,
sono contenta di aver parlato, parlato e parlato.

2 commenti

  1. È straordinaria, sgangherata a tratti, inghiottita dall’erba in altri, ma quando si presenta nel suo antico splendore ti fa sognare. Vecchi motel ai lati, laundry color pastello con lavatrici dagli oblò immensi, bar con gli sgabelli alti e cameriere che sembravano uscite da un catalogo di Burda. Noi abbiamo pernottato in un motel che aveva la radio sintonizzata su un canale tematico anni 50/60. Niente tv e sfronzoli, ma ci hanno assegnato una camera dove c’era scritto che aveva dormito Clarke Gable. Una tuffo in un glorioso, quanto immaginato, passato. La Strada va percorsa piano, gustandoti ogni chilometro ancora intatto, fermandoti anche nei vecchi drive in ormai dismessi. Sì, la madre di tutte le strade è storia e libertà

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  2. Gli USA ovviamente appartengono all’immaginario di tutti noi.
    Molto dipende dai film che, sin dagli anni ’40 e ’50, hanno letteralmente invaso le nostre case, facendoci luccicare gli occhi.
    Tra le mete che oggi hai citato forse quella che più mi interesserebbe è la R66 (ormai HR66), che mi da un enorme senso di storia e libertà.

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